Filiera Corta
Stop a bistecche e carne "finte": l’Europa ferma il Meat Sounding
Il trilogo Ue ha concordato il divieto di 31 termini legati ai tagli di carne per i prodotti vegetali. Salvi “burger”, “salsiccia” e “nuggets”
Roma- L’Unione europea ha raggiunto un accordo sul cosiddetto “meat sounding”, ovvero l’uso di termini tradizionalmente associati alla carne per i prodotti a base vegetale. I negoziatori del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione hanno concordato il divieto di 31 denominazioni, tra cui tagli di carne come “bacon”, “bistecca”, “fegato” e riferimenti alle specie animali come “pollo”, “manzo” e “maiale”. Restano invece consentiti i termini di uso comune come “burger”, “salsiccia” e “nuggets”. Il divieto sarà esteso in via preventiva anche ai nuovi alimenti, come i prodotti a base di carne coltivata, sebbene questi non siano ancora disponibili sul mercato UE.
Ai produttori saranno concessi tre anni per adeguarsi alle nuove norme dopo l’entrata in vigore.
Secondo una recente analisi della società di consulenza Systemiq, realizzata con il supporto del Good Food Institute Europe, le proteine alternative rappresentano una delle principali opportunità di innovazione industriale per l’Europa. Con un sostegno moderato alle politiche di settore, l’Italia, al primo posto in Europa per numero di ricercatori attivi nel campo delle proteine alternative, potrebbe generare fino a 10 miliardi di euro di valore aggiunto entro il 2040, creare oltre 30.000 posti di lavoro e consolidare il proprio ruolo come hub strategico della bioproduzione europea.
Il mercato al dettaglio dei prodotti a base vegetale in Italia ha già raggiunto i 639 milioni di euro nel 2024, con una crescita del 7,6% rispetto all’anno precedente. Oltre 15 milioni di famiglie italiane — pari al 59% circa dei nuclei — hanno acquistato almeno un prodotto plant-based nel corso dell’anno. Il numero complessivo di consumatori è cresciuto di oltre il 10% in tre anni.
Anche le aziende italiane del settore guardano con preoccupazione all’accordo raggiunto in trilogo.
Massimo Santinelli, CEO di Biolab, ha commentato: “Prendiamo atto che i termini più usati dai consumatori — come “burger” e “salsiccia” — restano consentiti: su questo ha prevalso il buon senso. Ma il divieto su 31 denominazioni legate ai tagli di carne non aiuta nessuno: né gli agricoltori, né i consumatori, né le imprese che hanno scommesso sull’innovazione. Per noi operatori del settore, questo non è mai stato solo un problema di etichette ma una questione di competitività e di futuro. Introdurre nuove barriere burocratiche in un momento in cui l’UE dovrebbe rafforzare la propria capacità industriale è una scelta che non ci possiamo permettere. L’Italia ha le competenze e la tradizione per diventare protagonista della transizione proteica: un vero peccato sprecare questa opportunità con norme che guardano al passato invece che al futuro.”
La conferma della consapevolezza dei consumatori italiani arriva da un sondaggio YouGov commissionato da GFI Europe nel 2024: il 69% di loro considera adeguati i termini tradizionalmente associati alla carne per descrivere i prodotti vegetali, e il 68% ritiene che le aziende debbano poterli utilizzare liberamente. Il dato è in linea con quanto rilevato dall’associazione europea dei consumatori BEUC, secondo cui il 70% dei cittadini UE non trova ingannevole l’attuale etichettatura dei prodotti vegetali.
Il contesto normativo e i prossimi passi
Nel 2023 l’Italia aveva già introdotto il divieto di meat sounding per le carni plant-based attraverso l’articolo 3 della legge 172/2023, nota anche come legge sul divieto di carne coltivata. Tuttavia, la norma resta ad oggi inattuata per via di una violazione della procedura TRIS, che la espone al rischio di essere dichiarata inapplicabile da un tribunale nazionale, come stabilito dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. L’adozione di una norma europea omogenea renderebbe superfluo l’intervento nazionale, ma il testo concordato in trilogo — prima di essere definitivamente adottato — dovrà essere votato dal Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri degli Stati membri, e poi ricevere il via libera della plenaria del Parlamento europeo. Nel frattempo, la coalizione No Confusion — che riunisce oltre 600 organizzazioni, ONG e aziende alimentari in tutta Europa — ha annunciato che esaminerà attentamente il testo concordato e continuerà a chiedere chiarimenti e correzioni, invitando la Commissione europea a realizzare con urgenza una valutazione d’impatto completa.
L’analisi di Systemiq ha sottolineato l’importanza di evitare restrizioni alle denominazioni dei prodotti vegetali e di adottare una terminologia condivisa a livello europeo, in grado di rafforzare la riconoscibilità e la fiducia dei consumatori, favorendo al contempo la crescita di un settore.
In questo quadro, la decisione appena presa a Bruxelles rischia di essere una distrazione costosa per un comparto strategico per occupazione, innovazione sicurezza alimentare e per l'impatto sull'ambiente.