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A rischio tre piatti di pasta su dieci senza l’importazione di grano estero

Quattro milioni di tonnellate prodotti in Italia-denuncia l'Aidepi- non sono sufficienti a coprire coprire il fabbisogno dei pastai (5,8 milioni di tonnellate). Rinunciare alla materia prima non nazionale farebbe perdere la leadership di settore

Roma- Ognuno a modo suo difende il made in Italy, ma per arrivare a un punto di convergenza bisognerà aspettare il prossimo 30 marzo prossimo quando è in calendario la prossima riunione della cabina di regia sulla pasta tricolore voluta dal ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi e dal responsabile delle Politiche agricole Maurizio Martina. Punto di discussione il granaio italiano, da difendere dall’’invasione estera secondo gli agricoltori, non sufficiente per la produzione made in Italy a parere dei pastai. Insomma la situazione è a un punto di stallo. Quello che è sicuro però che la pasta rimane l’orgoglio italiano nel mondo e il veicolo migliore- secondo il parere di autorevoli esperti- per far conoscere tutti gli altri prodotti e ingredienti nazionali che sono il corredo di un buon piatto di pasta. Ecco dunque che l’Associazione Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta italiane (Aidepi) sulla base della difesa del bene comune, ha voluto far luce sull’intera questione offrendo la sua posizione e analisi di mercato rivendicando i motivi  sull'importazione di grano duro di qualità dall’estero.

Oggi- dicono i responsabili dell’Associazione siamo il primo produttore europeo di grano duro, ma i 4 milioni di tonnellate prodotti nel 2015, tutti acquistati dall’industria italiana, non coprono il fabbisogno dei nostri pastai (5,8 milioni di tonnellate). In ogni caso l’import di materia prima è diminuito non di poco rispetto ai primi anni nel Novecento, passando da un 70 per cento a un 30\40 per cento attuali. Un dato- si spiega- che anche se in calo, dimostra che l’Italia non è mai stata autosufficiente per questa coltura. E in ogni caso- si precisa ancora- la provenienza, di origine Nord Americana, Mediterranea, Australiana, è tutta di qualità e sottoposta ai controlli di enti certificatori, Dogane, servizi fitosanitari e autorità sanitaria. Insomma- fa intendere il direttore dell’Aidepi Mario Piccialuti- fare le barricate contro i pastai significa remare contro il made in Italy e contro il prodotto ambasciatore dell’italianità favorendo la concorrenza estera di settore. Conti alla mano- si aggiunge- se venisse prodotta pasta di solo grano nazionale, gli italiani dovrebbero rinunciare a 3 piatti di pasta su 10 e si perderebbe il primato di leader mondiale di produzione ed esportazione di pasta, con danni enormi al settore e agli altri comparti trainati dall’export di pasta, come olio, formaggio e pomodoro.

Venendo al cuore dello scontro Aidepi pone sul tavolo del confronto un importazione di grano annuale passata dai 2,5 ai 2 milioni di tonnellate, una superficie dedicata a grano duro stabile (1,2 milioni nel 1930 a 1,3 milioni del 2015) con rese triplicate (da meno di 1 tonnellata a 3-4 per ettaro), una produzione di pasta (3,46 milioni di tonnellate nel 2015) aumentata di 6 volte negli ultimi 80 anni e un ’export di pasta passato in 60 anni dal 5% al 58% del totale produzione (1955-2015). Il consumo pro capite all’anno italiano è di 25 kg. La produzione di pasta è di 3,5 milioni per un valore di 4 miliardi e 600 milioni di euro, il 40 per cento proveniente dall’export.

                                                  Gianluca Pacella

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in data:23/03/2016

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